A cura di Maria Grazia Pasta
Il suo percorso lavorativo ha radici lontane dal mondo agricolo. Qual è stata l’esperienza professionale o il momento decisivo che l’ha spinta a cambiare radicalmente direzione e a scegliere i filari dell’Etna come nuovo orizzonte?
Nasco sotto l’Etna, sul mare, non lontano comunque dai luoghi straordinari che sono oggi il mio quotidiano, ma la mia attività di famiglia, nel comparto del turismo, mi ha portata in giro per il mondo fin da piccola. Negli anni ‘90 quando ho conosciuto mio marito mi sono trovata piacevolmente catapultata nel mondo del vino, prima con un progetto condiviso per l’apertura di una Enoteca con cucina, una novità a quel tempo in Sicilia, e uccessivamente, dopo un percorso di studi come Sommelier dell’AIS, assieme abbiamo fondato e sviluppato l’AIS regionale creando tutte le delegazioni regionali dove ancora oggi, con successo, si svolgono i Corsi professionali per diventare Sommelier.Ma la vera svolta è arrivata nei primi anni 2000 quando, pur mantenendo operative tutte le attività che ho già descritto, abbiamo dato vita a un sogno acquistando un vigneto sull’Etna per mettere finalmente mani e cuore nella produzione di un vino etneo. La spinta è nata quindi non da un progetto prettamente commerciale ma dal desiderio di colmare quella parte che non avevamo mai avuto modo di sperimentare che si colloca tutta prima di avere un vino in bottiglia. La viticultura etnea per quanto antica dopo un lungo periodo di quasi abbandono veniva in quegli anni rivalutata e pertanto cogliere il momento è stato fondamentale. La realtà si è poi rivelata difficile e impegnativa ma anche, e soprattutto, una sorpresa colma di scoperte e soddisfazioni che solo il contatto quotidiano con la natura sa darti e che ancora oggi non smette di sorprendermi.
Se dovesse descrivere la filosofia della sua cantina con tre espressioni chiave che rispecchiano anche la sua evoluzione personale, quali sceglierebbe?
Una gestione artigianale. Vini identitari e territoriali. Accoglienza familiare e autentica.Quello che ci guida non sono solo le nostre idee ma la cura e l’attenzione per questo piccolo paradiso che, ascoltato, ci da molto di più di quanto chiede.
Coltivare vino in un territorio così unico comporta sfide quotidiane. Cosa le ha insegnato il lavoro in vigna riguardo alla pazienza e alla gestione dell’imprevisto?
Come dico sempre la viticultura non è solo un lavoro ma un modo di vivere quindi non parlerei di pazienza ma di rispetto del tempo.
Coltivare un vigneto significa seguirne il ritmo naturale – riposo, rinascita, produzione – adattarsi ai fenomeni climatici, entrare in relazione con le piante per capirne i bisogni, tutelare il paesaggio e l’ambiente circostante, imparare ad utilizzare tutto quanto arriva dalla natura, integrarsi con essa.Senza mai distogliere l’attenzione si impara che nel caso della natura assecondare è meglio di lottare e che il tempo è spesso la migliore cura, anche quando, raramente, qualcosa può andare storto sei costretto a guardare avanti e spesso trovi anche la soluzione migliore.
Guardando ai suoi primi anni di produzione rispetto a oggi, come si sono evoluti i suoi vini e in che modo sente di essere cresciuta lei come produttrice?
Non avendo avuto un passato, neanche familiare, nella coltivazione di un vigneto il percorso è stato lento ma mi ha permesso di radicarmi, come la vite nel terreno, imparando giorno dopo giorno che per arrivare al risultato desiderato, produrre un vino importante, elegante, piacevole e unico, bisognava assecondare le piante lasciare che crescessero con i loro tempi, intervenire il meno possibile e dare loro fiducia. Siamo arrivati così a produrre un vino rosso doc da uve autoctone che sono cresciute con questa libertà, mi sento di dire, e che pur essendo una produzione molto bassa rispetto alla media, sono sicuramente la migliore espressione di questo territorio. Siamo sul versante Nord dell’Etna a 800 mt circa dove le uve di nerello mascalese cappuccio sono sempre state favorite dall’esposizione e dal clima, oltre che dal tipo di terreno.La prima vendemmia risale al 2009 ma la prima annata che è andata in bottiglia, dopo alcuni anni di affinamento, è stata la 2011. Quasi subito abbiamo prodotto dalla stessa vendemmia anche una versione di Etna Rosato che ci ha subito dato grandi soddisfazioni.Da qualche anno poi abbiamo deciso di produrre l’uva bianca carricante per produrre l’Etna Bianco e vendemmia dopo vendemmia, dando alle piante il tempo di esprimersi, stiamo riscontrando una vocazione all’eleganza anche per questo vino.
In un comparto tradizionalmente maschile lei ha saputo imporsi con grande determinazione. Qual è, a suo avviso, il valore aggiunto che una visione femminile porta oggi nel mondo del vino?
Prima di tutto mi sento di dire che non basta solo l’istinto femminile ma bisogna studiare ed essere preparati per potere portare avanti la propria visione. Grazie anche alla mia esperienza nell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino, posso confermare che donne affermate e capaci, che fanno parte di questo mondo a tutti i livelli, fondano la loro autorevolezza prima di tutto sulla competenza, poi, sicuramente, il lato femminile esprime differenti sensibilità e la propensione all’attenzione e alla cura, oltre che alla capacità di ascolto e mediazione, fanno della figura femminile un importante elemento nel lavoro di squadra. Considerando che la produzione del vino mette in campo svariati settori, dalla vigna alla vendita, la capacità di relazionarsi con tutti e di tenere tutto insieme è sicuramente un valore aggiunto che caratterizza l’universo femminile. Così come la crescita dell’accoglienza, come attività non più secondaria in molte cantine , inclusa la nostra, trova nelle capacità femminili un suo sbocco naturale.Nella mia esperienza il ruolo mi è sempre stato riconosciuto anche per le qualità organizzative sviluppate con le mie esperienze lavorative ma non sempre è così immediato, io ho la fortuna di lavorare accanto a un uomo che sa riconoscere il mio valore. Resta sempre un settore ancora molto maschile, con molti preconcetti, pertanto diventa importante essere da esempio per le giovani generazioni
Oltre ai traguardi già raggiunti, qual è il sogno o il progetto per Cantina Primaterra che oggi la emoziona di più e che vorrebbe realizzare nel prossimo futuro?
Da oltre 10 anni, ogni anno, abbiamo organizzato in vigna e in cantina una rassegna estiva con l’idea di comunicare il vino, e non solo il nostro, mettendo insieme diversi settori, prevalentemente forme d’arte, dalla contemporanea alla fotografia dalla musica alla recitazione, nella convinzione che l’energia che si sprigiona dalla fusione di cose differenti può produrre emozione vera. Anche trovarsi in un contesto naturale come il nostro, alla presenza dell’Etna, che si impone con la sua vitalità, rende questi momenti unici, durante i quali cerchiamo di coinvolgere i presenti a essere parte attiva di ogni incontro, vivere la degustazione come esperienza immersiva e tornare a casa con un ricordo indelebile… niente può essere più emozionante di questo: regalare bellezza e benessere per una sera!
