Presidente Movimento Turismo del Vino Lombardo
A cura di Maria Grazia Pasta
Lei è stato tra i fondatori del Movimento Turismo del Vino e l’ideatore di Cantine Aperte, un’iniziativa che ha rivoluzionato il settore. Guardando indietro, qual è stata la sfida più complessa nel far comprendere ai produttori, trent’anni fa, che la cantina non era solo un luogo di lavoro ma uno spazio di accoglienza e narrazione?
Nel 1993 su coordinamento di Donatella Cinelli Colombini, partendo da uno studio fatto dalla Università Bocconi dalla Professoressa Magda Antonioli Corigliano si evidenziò quanto il mondo del vino italiano avesse una potenzialità inespressa, ovvero quella di poter aprire le porte delle vigne e delle cantine ad appassionati, curiosi, sommelier, ristoratori, giornalisti. Ma, si rimaneva chiusi. Nell’aprile del 1993 a Vinitaly venne costituito il Movimento del Turismo del Vino: circa 200 i produttori presenti e interessati; in 11 ci fermammo per stilare lo Statuto con il Notaio. Nei mesi successivi venne svolta in Toscana, Piemonte e Trentino Alto Adige la prima edizione di Cantine Aperte. Nel 1994 si svolse in tutte le regioni italiane.
Non fu facile far capire, non tanto alle cantine, quanto al pubblico, il significato di questa iniziativa, anche se, alcune zone importanti italiane furono prese d’assalto dagli appassionati; il turista ancora non vedeva questa iniziativa come luogo esperienziale dove poter conoscere, apprendere, degustare.
Alcune cantine erano restie, tante invece erano entusiaste! Tutti noi, da allora, abbiamo imparato e siamo cresciuti anche a volte sbagliando proprio nell’accoglienza. Oggi possiamo dire di essere arrivati ad un ottimo successo! Dobbiamo solo cercare di non commettere l’errore di spingere i produttori a standardizzarsi seguendo esempi anche esteri che andrebbero analizzati senza però dimenticare le enormi potenzialità che ha l’Italia, ove “tutto può essere e fare turismo”. Esempio pratico: i luoghi di restauro del patrimonio artistico architettonico italiano! Ogni regione, provincia, città italiana ha le proprie caratteristiche, impossibile standardizzare tutto: è necessario osservare, visitare, armonizzare il contesto in cui ci si trova. Uno sguardo alla mia regione, la Lombardia: in Valtellina non sarebbe possibile proporre lo stesso turismo enologico al pari dell’Oltrepò Pavese, o Lugana o nella zona del Lambrusco Mantovano o, in quel di “casa mia” che è San Colombano, collina di Milano. Non ci possono essere schemi precisi da seguire. E’ fondamentale lo sviluppo delle proprie potenzialità e chi oggi spinge giustamente verso la strada della formazione e miglioramento non dovrebbe dare dogmi del tipo “qui si fa così e basta”.
Da produttore a San Colombano al Lambro, l’unica DOC milanese, lei si è sempre fatto portavoce dell’identità locale. In che modo è riuscito a coniugare la gestione della sua azienda agricola con l’impegno nazionale per la tutela dei vini di nicchia e dei territori meno conosciuti?
Molto molto duro, quasi impossibile se non si ha alle spalle una squadra e un’azienda strutturata. Cosa che io non avevo e non ho: mi sono anche fatto male economicamente parlando, inutile nasconderlo, sicuramente sbagliando ho continuato a crederci anche tuttora. Purtroppo è molto brutto vedere che quello che fai crea invidia e quando non si ha alle spalle una zona famosa o ingenti capitali laddove possibile vieni sgambettato. Quello che posso consigliare oggi è: “fate… ma non siate troppo puri nel promuovere la vostra zona…fate anche un po’ i vostri interessi!”.
Il concetto di enoturismo oggi è normato, ma lei ne parlava quando era ancora un’idea pionieristica. Quali sono, secondo lei, i pilastri fondamentali che oggi rendono un’azienda agricola un vero modello di hospitality capace di generare valore economico per l’intero distretto rurale?
Sì, l’enoturismo è normato da quattro commi della Legge di Bilancio 2018 e poi dal decreto attuativo del marzo 2019, firmato dal Ministro Gianmarco Centinaio, che per nostra fortuna era ministro dell’Agricoltura e del Turismo di allora.
I pilastri sono: buona accoglienza, disponibilità, autenticità e flessibilità soprattutto nei confronti di turisti di lunga percorrenza. Il turista locale italiano è stato il nostro primo “visitatore” e tutt’oggi molto ancorati a questa “specie turistica”: ora invece, dovremmo ricordarci che se ci si dichiara imprenditori turistici, esattamente come una struttura ricettiva alberghiera, non dovrebbe essere, per esempio, possibile chiudere per lunghi periodi in base alla stagionalità. Un produttore ubicato in regioni analoghe alla Lombardia, dovrebbe cercare di essere ricettivo almeno 10-11 mesi all’anno e nei fine settimana; se vicino a città molto turistiche, anche con forte presenza di stranieri, una domenica potrebbe essere concessa di chiusura saltuariamente.
Dovremmo fare un “click” nella nostra testa per organizzare il turismo come fosse la nostra quarta attività. E perché dico quarta attività: siamo agricoltori – coltiviamo la terra allevando la Vitis vinifera; siamo artigiani – trasformiamo l’uva in vino, come si fa per le olive, il riso, il frumento o come il falegname fa con il legno; siamo commercianti – dobbiamo vendere il prodotto; siamo imprenditori turistici – offriamo esperienze emozionali mettendo in pratica le regole che il turismo impone.
Fatto questo click, dovremmo capire quanto l’enoturismo non sia più solo degustare vino, soprattutto oggi, vista la crisi dei consumi. Dovremo conquistare le nuove generazioni: la Generazione Z (1997-2009) e prepararci per la Alpha (2010-2024), senza dimenticare i Millennials (1981-1996) o le precedenti, che siamo noi, i nuovi imprenditori enoturistici di cui sopra.
Ha ricoperto ruoli di vertice nelle associazioni di categoria, diventando un punto di riferimento per le politiche agricole. Qual è la sua visione sul bilanciamento tra la salvaguardia della tradizione contadina e la necessità di modernizzazione e innovazione digitale per le piccole e medie imprese vitivinicole?
Grandi ruoli sì: ho presieduto alcuni consorzi di tutela lombardi e del Movimento Turismo del Vino Italia dal 2015 al 2018.
La digitalizzazione serve sempre, ma anche qui bisogna stare attenti a usare gli strumenti che oggi abbiamo, in modo corretto e giusto. Su questi argomenti la differenza la fa il territorio nel suo insieme, con un gioco di squadra che non sempre esiste.
In questo siamo riusciti, grazie anche alla collaborazione di Unione Italiana Vini, a dare al nostro mondo una legislazione e delle regole che non sono perfette e andrebbero aggiustate. Il mondo va veloce e, dopo il Covid, alcune prospettive sono cambiate, ma io, nel mio piccolo, continuo a credere nell’innovazione in questo settore.
Lei ha partecipato attivamente alla stesura delle linee guida sulla Legge sull’Enoturismo. Quali sono i prossimi passi necessari affinché l’Italia possa competere con i grandi distretti mondiali (come Napa Valley o Bordeaux), non solo per la qualità del vino, ma per la qualità dell’esperienza turistica?
Quando ho deciso di fare una “follia” e candidarmi alla presidenza nazionale del Movimento Turismo del Vino, da piccolo produttore di San Colombano al Lambro, Città Metropolitana di Milano, mi sono dato un obiettivo: dare una regolamentazione a questa attività che svolgevamo in modo disgregato. Chi come agriturismo, chi come fattorie didattiche, chi non era né uno né l’altro, e chi era un’azienda tipo SPA e non agricola, ancora peggio. Vendemmie e passeggiate nei vigneti venivano fatte pagare come esperienze, ma non si poteva vendere perché l’attività non era codificata.
Grazie anche alla collaborazione di Unione Italiana Vini e dell’allora vicedirettore del Dipartimento legislativo del Ministero dell’Agricoltura, dott. Rafael Donofrio, siamo riusciti a inserire i quattro commi nella Legge di Bilancio 2018 e poi, con il Ministro Gianmarco Centinaio, il decreto attuativo.
Noi italiani non abbiamo nulla da invidiare alle zone blasonate, anzi: abbiamo molto, molto di più. Abbiamo l’Italia, che è unica e inimitabile a 360 gradi. Dobbiamo solo rendercene conto e fare sinergia, sempre a 360 gradi, senza campanilismi. Servirebbe però che la burocrazia si modernizzi: un lavoro mastodontico ma fondamentale. Vedo qualche segnale nel lavoro attuale del Governo italiano; si fa fatica, ma se si continua a far ripartire il volano, quando prende velocità, anche bassa, si arriva ad obiettivo.
In un settore che sta vivendo profondi cambiamenti climatici e di consumo, lei continua a promuovere l’unione tra mondo agricolo e cultura. Quale ritiene sia il ruolo delle nuove generazioni di vignaioli nel preservare il paesaggio italiano e come il network associativo può supportarli in questa missione?
La vite esiste da almeno 6-7.000 anni e qualche cambiamento climatico l’ha vissuto; ci si dovrebbe regolare senza stracciarsi le vesti. Vino e cibo sono cultura: entrambi sono territorio, storia, ingegno.
Le nuove generazioni, se stimolate ed accompagnate, sarebbero la carta vincente di questo settore. La loro velocità di utilizzo degli strumenti moderni, che io da Baby Boomer chiamo ancora “telefonino”, non limiterebbe l’interesse a capire, apprendere e portare avanti la tradizione, anche staccando dita e sguardo dallo schermo portandoli sulla vite e sulle pareti della cantina. Le nuove strumentazioni inoltre permettono una migliore gestione del raccolto e dei vari imprevisti del mestiere. Nulla toglie che bisogna sempre essere corretti nel settore.
Il network associativo dei viticoltori della mia generazione deve coinvolgerli, ascoltarli, renderli partecipi delle decisioni, farli anche sbagliare, insomma accompagnarli con la nostra esperienza per poi lasciargli la scena. Che siano le nuove generazioni di viticoltori oppure di enoturisti bisogna interpretarli e conoscerli attraverso i loro coetanei, perché sono il nostro futuro.
