Articolo di Fabio Carbone Considerazioni su un paese da svelare, sulle relazioni (pericolose) tra geopolitica e destination image e sul ruolo del turismo per la comprensione tra i popoli Raggiungere Teheran dall’aeroporto internazionale Imam Khomeini è già di per sé un’esperienza singolare per ogni visitatore occidentale. Soprattutto di giorno, quando il sole si riflette sui tetti metallici di decine di moschee sulle colline lontane, e sulla superficie del lago Chitgar, creando uno scintillio ipnotico che stride però con la spessa coltre di nebbia all’orizzonte. La nebbia (o meglio, la cappa di inquinamento) che quasi perennemente avvolge Teheran. L’esperienza stordisce da subito, dunque. Tuttavia, e nonostante la strada ci conduca dritti verso il centro di una megalopoli abitata da circa dieci milioni di persone, la sensazione, stranamente, è quella di essere a casa, al sicuro. Qarib, letteralmente “il forestiero un po’ tonto”, quello che ha bisogno di aiuto per strada, quello che bisogna aiutare per trovare l’indirizzo verso cui si dirige. Così spesso ti definiscono gli iraniani, piuttosto che “turista”. E lo fanno in modo affettuoso, perché un qarib, soprattutto se straniero (khareji), suscita negli iraniani talmente tanta simpatia che negli uffici pubblici magari gli evitano di fare la coda; per…
PASSIONE IN MOVIMENTO: COME IL TURISMO SPORTIVO EMERGE NELLE ROTTE DEL VIAGGIARE.
A cura di Paolo Casetti - Il turismo sportivo è cresciuto da nicchia a pilastro dell'industria globale dei viaggi. In Italia genera oltre 9 miliardi di euro annui, con turisti…
