Intervista a Debora Di Gesaro

General Manager Wundergarten e San Giorgio Lodge

A cura di Maria Grazia Pasta

Debora, prima di entrare nel cuore del mondo Wundergarten ci piacerebbe conoscere la sua storia. Ci racconta il suo percorso personale e professionale? In particolare, in che modo le sue radici nel Parco delle Madonie hanno guidato la sua crescita e come si sono fuse la scienza botanica, la passione per il design e la vocazione all’ospitalità in questa sua visione unica?

Ho sempre pensato che la forma migliore di sé si raggiunga tornando alle proprie radici e guardando, allo stesso tempo, con curiosità e apertura verso nuove destinazioni.

Le estati trascorse nella campagna di Collesano con i miei nonni hanno lasciato un’impronta profonda. Quel paesaggio, i suoi ritmi e il rapporto spontaneo con la natura sono rimasti dentro di me e continuano ancora oggi a orientare ogni mia scelta.

Credo sia fondamentale riconoscere ciò che ci appartiene davvero, comprendere le proprie attitudini e coltivare il proprio talento. È un percorso continuo di crescita e di conoscenza, fatto di studio, esperienza e ricerca. La laurea in Scienze Politiche mi ha insegnato a leggere la complessità, mentre gli studi in design, insieme ai master in hospitality e in europrogettazione, mi hanno fornito gli strumenti per trasformare una visione in progetti concreti.

L’ospitalità è diventata il punto di convergenza di questo percorso. È il linguaggio attraverso cui posso creare luoghi nei quali botanica, design, architettura e paesaggio dialogano tra loro. Ogni progetto nasce dall’ascolto del luogo che lo ospita: non cerco di imporre una visione, ma di rivelare ciò che quel luogo custodisce già.

Sul vostro sito si legge che Blossfeldt, Goethe e Kubrick sono i suoi ospiti archetipi: come si riflettono concretamente nell’esperienza che offre?

Sono tre figure che, in modi diversi, hanno trasformato la curiosità in un metodo di ricerca.

Karl Blossfeldt mi ha insegnato che la natura è il più grande laboratorio di forme. Attraverso l’osservazione delle piante dimostrava che ogni elemento naturale può diventare una fonte inesauribile di ispirazione per l’arte e il design.

Goethe, con la sua teoria dell’Urpflanze, mi ha trasmesso un modo di osservare la natura che supera il dato scientifico e diventa una riflessione sulla matrice profonda della vita.

Kubrick rappresenta invece il coraggio di esplorare ciò che ancora non conosciamo. Nei suoi film il mistero non è qualcosa da temere, ma un invito ad andare oltre i confini dell’ordinario attraverso la curiosità e l’immaginazione.

Queste tre prospettive convivono in Wundergarten: l’osservazione della natura, la ricerca della bellezza e il desiderio di offrire esperienze capaci di sorprendere senza artifici.

Spesso la parola “lusso” viene ancora associata all’opulenza materiale. Per Wundergarten, invece, significa tempo, silenzio, riconnessione con i ritmi primordiali e scoperta del proprio “giardino delle meraviglie”. Dal suo osservatorio, come si riesce a far comprendere al viaggiatore contemporaneo questa forma di lusso così profonda, intima e legata alla terra siciliana?

Non è nostro compito educare. Preferisco pensare che si tratti di un invito. Chi arriva da noi sceglie di vivere un’esperienza diversa, più essenziale e più autentica.

La parola lusso è spesso associata alla ricchezza o all’esclusività. Io preferisco avvicinarla al concetto di lussureggiante: qualcosa che, grazie alla propria forza naturale, genera bellezza, energia e meraviglia.

Per me il vero privilegio è ritrovare tempo, silenzio e presenza. È poter osservare un paesaggio, ascoltarne i ritmi e sentirsi nuovamente parte di qualcosa di più grande.

La natura, nella sua bellezza e nella sua forza materna, è la destinazione; il vero viaggio, invece, è un ritorno a sé.

È quel Giardino delle Meraviglie che ciascuno può ritrovare fuori e dentro di sé, se conserva ancora uno sguardo autentico e curioso.

Wundergarten non si presenta come un’unica struttura, ma come un vero e proprio mosaico di anime: dalla Dimora dei Frati a Gratteri, alla MyHomeSpa, fino all’azienda agricola biologica di Marsala. Come dialogano tra loro queste diverse realtà così distanti geograficamente o concettualmente?

Ogni progetto rappresenta una tappa diversa dello stesso percorso. Cambiano i luoghi, cambiano le forme, ma resta identico il modo in cui li osservo e li interpreto.

La MyHomeSpa nasce dalla trasformazione di un’antica grotta in pietra in uno spazio dedicato all’acqua e al benessere, quasi come un viaggio nelle profondità della memoria del luogo. Al San Giorgio Lodge, invece, il bosco diventa il protagonista: architetture leggere e sospese dialogano con gli alberi senza alterare l’equilibrio della foresta.

Quando si parla delle diverse strutture, il punto non è semplicemente offrire luoghi in cui soggiornare, ma creare spazi capaci di cambiare l’abitudine dello sguardo.

Il mio design nasce dalla passione per i luoghi. Non è un approccio soltanto professionale, ma una necessità personale: creare ciò che ogni luogo sembra già contenere in potenza.

Dormire in un letto sospeso, vivere una spa privata ricavata in una piccola casa di pietra, soggiornare in una tenda immersa nella natura o ritrovarsi attorno a un firecamp sotto un cielo stellato sono esperienze che non si scelgono soltanto perché appartengono a una struttura ricettiva, ma perché rispondono al desiderio di vivere un’emozione.

Veniamo al presente e al futuro del suo progetto di ospitalità. Lei sta lanciando il San Giorgio Lodge, situato in un’area di straordinario valore naturalistico nel cuore delle Madonie. Ci racconta come nasce questa nuova avventura e che tipo di esperienza promette a chi cerca una “native lush experience” ancora più profonda e immersiva?

Il San Giorgio Lodge rappresenta il luogo che ho sempre cercato.

Sono attratta dai paesaggi in cui la natura conserva ancora tutta la sua forza originaria, da quei luoghi selvaggi e preservati che sanno essere insieme rifugi dell’anima e spazi di avventura. Luoghi quasi sacri, dove perdere i riferimenti dell’ego, ascoltare profondamente la propria parte più autentica e riconnettersi a quella dimensione naturale che appartiene all’essere umano.

Ho immaginato il mio lodge in Sicilia mentre mi trovavo in Africa, durante un safari. Di fronte a quella natura immensa ho capito che anche le Madonie possiedono la stessa capacità di riportare l’uomo alla sua dimensione più autentica.

Il San Giorgio Lodge nasce da questa intuizione. Non vuole offrire semplicemente un soggiorno, ma un’immersione nella natura, un’esperienza capace di rallentare il tempo e creare un rapporto più profondo con il paesaggio.

Credo che i luoghi possano cambiare il nostro modo di guardare il mondo. Se un ospite torna a casa con la consapevolezza che la bellezza può essere un modo di vivere e non soltanto qualcosa da osservare, allora il progetto ha raggiunto il suo scopo.

Mi interessa soprattutto ciò che rimane dopo l’esperienza: una memoria emotiva legata a un luogo, a un momento, a una sensazione che continua a vivere anche quando il viaggio è terminato.

L’ospitalità, per me, è questo: lasciare un segno che continui a vivere anche dopo la partenza, alimentando quel giardino interiore fatto di memoria, emozioni e consapevolezza.

Per il San Giorgio Lodge lei ricopre il ruolo di Project Manager nella fase di trasformazione e sarà General Manager nella fase di gestione. Come si conciliano la sua anima creativa e di designer con il rigore manageriale necessario a coordinare un progetto così ambizioso e rispettoso dell’ambiente?

Per molto tempo ho pensato che creatività e management fossero due aspetti in contrasto. Oggi sono convinta che siano profondamente complementari.

La creatività è ciò che permette di immaginare ciò che ancora non esiste. Il management è ciò che consente a quella visione di prendere forma e trasformarsi in realtà.

Ogni progetto ha bisogno di ispirazione, ma anche di metodo, disciplina e della capacità di coordinare persone, competenze, tempi e risorse. La vera sfida è riuscire a preservarne l’identità mentre si costruisce una struttura solida, capace di sostenerla nel tempo senza tradirne l’essenza.

Questo è stato particolarmente vero per il San Giorgio Lodge. Realizzarlo all’interno di una riserva naturale ha significato affrontare un iter autorizzativo lungo e complesso, nel pieno rispetto dei vincoli di tutela del territorio. Ogni scelta è stata valutata con grande attenzione, perché intervenire in un contesto di così alto valore ambientale richiede responsabilità, pazienza e la capacità di dialogare con istituzioni, professionisti e comunità.

Alle complessità burocratiche si sono aggiunte quelle logistiche. Coordinare il lavoro di progettisti, imprese e maestranze in un ambiente naturale significa pianificare ogni intervento con estrema cura, riducendo al minimo l’impatto sul paesaggio e adattandosi ai tempi che un luogo come questo inevitabilmente richiede.

Ci sono stati momenti in cui il percorso è sembrato più lungo e difficile del previsto, ma non ho mai pensato di rinunciare. Al contrario, ogni ostacolo ha rafforzato la mia convinzione che un luogo così speciale meritasse tutto il tempo, l’impegno e la determinazione necessari per essere valorizzato nel modo giusto.

Non credo che i sogni abbiano strade semplici. Credo, però, che abbiano bisogno di responsabilità, costanza e rigore per diventare realtà. La creatività indica la direzione, il management permette di percorrerla.

Chi è cresciuto negli anni Novanta forse ricorda Fantasilandia, dove il direttore dell’isola accoglieva gli ospiti accompagnandoli verso la realizzazione di un desiderio. Mi piace pensare che, nel mio piccolo, il mio ruolo sia quello di accogliere le persone e aiutarle a riscoprire la capacità di sognare. Se un ospite riparte con uno sguardo nuovo, con il desiderio di rallentare, di ritrovare la bellezza nelle cose essenziali o semplicemente con un sogno che aveva dimenticato, allora credo di aver raggiunto il risultato più importante. 

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