INTERVISTA A DARIO DI BERNARDI

A cura di Maria Grazia Pasta

Di Bernardi ha ricoperto fino a pochissimi anni fa la carica di Dirigente all’Ufficio Enoturismo dell’Istituto Regionale Vini e Oli della Regione Siciliana ed è esperto in Marketing Territoriale e Turismo Enogastronomico. 

  • Ci racconti la sua esperienza in IRVO Sicilia. C’è un progetto o un traguardo professionale a cui è particolarmente legato e di cui va più fiero?

Credo che il traguardo più importante sia legato al progetto – Piano Regionale Vitivinicolo degli anni ’90-  di introduzione delle nuove varietà di vite che hanno trasformato il vigneto Sicilia nel suo complesso. Infatti per le normative nazionali non sarebbe allora stato possibile coltivare in Sicilia varietà di uva come lo Chardonnay, il Merlot, il Sirah, il Sauvignon Blanc, il Traminer. Bisognava prima passare da una meticolosa quanto lunga fase di sperimentazione e solo a seguito della realizzazione dei vini non a caso definiti sperimentali si poteva chiedere al MAF (Ministero Agricoltura) l’iscrizione al Registro Nazionale delle Varietà e l’autorizzazione alla coltivazione. 

Per vinificare queste uve si realizzò  negli anni ’90 una cantina sperimentale in contrada Virzì ad Alcamo. Provavamo di tutto. Furono anni di febbrile entusiasmo, correvamo da una parte all’altra della Sicilia e spesso anche a Pantelleria. Ricordo che sacrificai le ferie perché lo zibibbo era maturo e non si poteva aspettare. Anche sul vivaismo viticolo abbiamo fatto un grande lavoro. Cercavamo una per una tra i vigneti siciliani le piante madri per poi metterle in osservazione e moltiplicazione. E poi in giro per il mondo a raccontare queste esaltanti avventure. E l’interesse che suscitavano i nostri racconti e il successo in America, in Giappone, in Australia, Argentina, Israele, Francia etc. Ci definivano una equipe e ancora oggi sono fiero di averne fatto parte, con la stima e spesso la compagnia di personaggi del calibro di Lucio Tasca, Giacomo Rallo, Diego Planeta, Elio Marzullo, Giacomo Tachis, Marco De Bartoli, Bruno Pastena, Ruggero Forti (già direttore dei Vivai Rauscedo), ci sentimmo parte della storia, di una bellissima storia che vedeva puntare i riflettori sulla Sicilia dando origine a quello che non per caso venne definito il Rinascimento del vino Siciliano. 

Fu in quegli anni ’90 che nacque prima l’idea e poi il progetto dell’enoturismo in Sicilia. Scrissi, georeferenziai aziende e percorsi con l’aiuto del sistema informatico GIS, non c’era ancora Google Maps, raccontai, scrissi e fotografai. Produssi attraverso una gara il marchio regionale delle Strade e rotte del vino di Sicilia che vinse, ricordo ancora, un napoletano. Dario Cartabellotta oggi Direttore dell’Assessorato Agricoltura, allora più giovane di me, mi lesse da qualche parte e mi chiamò. Anche questo fu emozionante. Mi volle nel suo staff per promuovere l’enoturismo all’interno dei fondi europei destinati alla Sicilia con il PSR. Per come è poi andata sono fiero di essere stato parte di tutto questo.

  • Come descriverebbe il panorama vitivinicolo siciliano e nazionale contemporaneo? In tal senso come e dove si colloca l’Italia in relazione ai mercati esteri? 

Già in occasione dell’evento Expocook aveva sottolineato il fatto che ci sono diversi Paesi a livello globale che hanno un’importante storia alle spalle e molti altri emergenti che stanno già ottenendo ottimi risultati. Alla luce di questo le chiediamo su cosa dovrebbero puntare le aziende vitivinicole italiane per non perdere nel prossimo futuro la loro posizione strategica.

Confermo quanto detto durante Expocook. La qualità dei vini oggi è un fatto piuttosto diffuso. Si è infatti ragionato per protocolli enologici che hanno in qualche modo standardizzato, fin dove possibile, impianti, varietà, tecniche di vinificazione. Questi modelli a parità di climi erano ovviamente esportabili. I tecnici il più delle volte erano italiani o francesi. Ben pagati andavano in giro per il mondo a fare scuola. Risultato fu che la qualità si diffuse nel mondo, figlia di una cultura enologica che aveva i sui natali in Europa. Restava e resta la differenza nelle normative, anche fiscali, e nei costi di produzione. Quindi sul prezzo non stiamo benissimo sui mercati internazionali. L’immagine, la storia dei nostri prodotti fanno la differenza. 

Bisogna investire sulla potenza evocativa dei nostri prodotti, che possono fare immaginare paesaggi, storie e stili di vita, amati proprio perché europei e italiani. Tenere dritta la barra della salvaguardia dei paesaggi, della loro storia e delle tradizioni. Lavorare e produrre sempre più in direzione della salute dei consumatori e dell’ambiente nel suo complesso. Il vino ma anche l’olio dovranno sempre più essere comunicati e percepiti come strumenti di tutela della natura e dei suoi equilibri. E naturalmente raccontare tutto questo negli eventi e sul web utilizzando al meglio il Design che è un’altra nostra potente risorsa.

  • Si parla molto più spesso di vino e meno di olio. Può dirci qualcosa sul panorama siciliano in riferimento alla produzione e distribuzione di olio?

Nel panorama internazionale l’olivicoltura Italiana è percepita come una fattore di eccellenza ed è naturale veicolo di valori culturali e tradizionali che possono essere valorizzati con nuove prospettive attraverso l’incremento delle relazioni tra prodotto e turismo in tutte le forme possibili, attraverso il canale Ho.Re.Ca. ma anche attraverso la visita delle strutture produttive. È chiaro in questo senso che tanto maggiori saranno gli effetti positivi di questo processo quanto più sarà incentivata la formazione delle figure professionali che dovranno gestire i contatti sia sul piano fisico che virtuale.  

In Italia contiamo 619 mila imprese olivicole e la Sicilia è la seconda regione italiana per numero di aziende, seconda solo alla Puglia. Sui 4319 frantoi attivi in Italia la Sicilia è al terzo posto, preceduta da Puglia e Calabria. E’ evidente che il Sud Italia ha una forte propensione per la produzione e la trasformazione delle olive. Proporzionalmente è maggiore il fabbisogno in termini di formazione. Anche una migliore lettura del desiderio di conoscenza del prodotto olio potrà fornire utili indicazioni per le crescita dell’oleoturismo, sulla base di un 64% di interesse dei viaggiatori, soprattutto senior, e tenuto conto che soltanto l’8% soddisfa al momento tale richiesta. È significativo ad esempio che i premiati oleifici Barbera stanno completando una struttura museale oleicola di accoglienza nella Val d’Erice all’interno della quale lo storytelling è una forte componente della comunicazione.

Per mia diretta esperienza ho potuto constatare un forte interesse dei turisti verso l’olio EVO siciliano durante il San Vito Cous Cous Fest. Ho organizzato per conto dell’IRVO per più anni lo stand vini di Sicilia ed è stato un processo spontaneo avvicinare l’ottima Paola Consolini, che promuoveva in uno stand vicino l’olio, e abbiamo fatto numerosi incontri dove vino, cibo e olio creavano un unicum di grande attrattiva con una grande e interessata partecipazione di turisti.

Anche durante l’Harvest Fest – che ho curato nella località di Scopello – abbiamo proposto degustazioni tecniche su vino, olio e pasta presso strutture ricettive locali, e la partecipazione di turisti a livello internazionale è stata altissima.

L’esportazione dell’olio legge sostanzialmente un pareggio tra importazioni e esportazioni. I flussi cambiano in funzione della tipologia di olio. L’extravergine si muove su alcuni canali privilegiati. Via via che scende la qualità le cose cambiano parecchio. Dall’Israele ho ad esempio avuto una richiesta di grossi quantitativi di olio di bassa qualità che poi viene probabilmente lavorato e confezionato all’interno del Paese stesso. Ci sono quindi delle peculiarità e non è facile leggere i dati import/export per questo prodotto, che sono ovviamente condizionati anche dalle caratteristiche quantitative dell’offerta. Molte nuove aziende soprattutto in Sicilia si caratterizzano per la gestione familiare, con indici di qualità elevata. In questo caso si stanno delineando nuovi scenari di marketing dove la capacità di relazione dei produttori, di fare rete, prevalentemente attraverso i social, diventa un fattore determinante del commercio, con una distribuzione che spesso avviene attraverso noti portali di vendita,  su molti punti di fornitura per quantitativi non elevati ma di valore medio alto. Vige il principio della qualità assoluta e anche qui lo storytelling familiare rappresenta un valore aggiunto. L’olio viaggia spesso a braccetto con la gastronomia, della quale è componente essenziale, anche in funzione del riconosciuto valore salutistico della dieta mediterranea.

  • Secondo lei in che modo le Istituzioni possono supportare la crescita del turismo in generale e del turismo enogastronomico nello specifico?

Le Istituzioni devono continuare a svolgere funzioni di controllo e di certificazione dei sistemi produttivi e della qualità dei prodotti. Devono favorire l’export studiando, presidiando e frequentando a fianco dei produttori i mercati, e cogliere per tempo le nuove tendenze. Devono promuovere la formazione perché chi è informato e conosce si può presumere che agirà correttamente. La cultura è la base di tutto. E favorire la riduzione della chimica in agricoltura attraverso una costante ricerca, anche perché i cambiamenti climatici sono dietro la porta e non dovranno coglierci di sorpresa. 

  • È attivamente impegnato da tanti anni anche come Docente e Coordinatore dei Project Work per il Master in Food & Wine Management della sede di Palermo UET Italia – Scuola Universitaria Europea per il Turismo. Considerata la sua esperienza, come secondo lei è evoluto il contesto formativo nel settore turistico, dell’hospitality e del food&wine in particolare?

Io credo che la formazione abbia avuto e stia continuando a giocare un ruolo fondamentale nell’avvicinare i consumatori alla conoscenza sia del vino che dell’olio, innalzando la qualità dei punti di scambio sia sul piano fisico che virtuale. C’è una forte crescita del Design che gioca un ruolo strategico centrale. È un settore che può’ coinvolgere a ricaduta molti aspetti del futuro sviluppo turistico dei nostri territori influenzandolo in modo qualitativo e senz’altro positivo. La crescita culturale e la diffusione di conoscenza a livello di amministratori locali, operatori del turismo, non potrà che favorire la crescita di iniziative positive per la salvaguardia del patrimonio paesaggistico, storico e archeologico  dei nostri territori a vocazione turistica, attraverso la progettazione di adeguati piani regolatori, creando condizioni favorevoli per il futuro economico e occupazionale della nostra regione.